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n. 220 Marzo/Aprile 2017

 

 

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Tuttomontagna n. 163 di Novembre 2010

UN SECOLO DOPO LA PARTENZA DI ENNIO

La saga dei Tondelli: Nismozza nel cuore

A Chicago lavorò alla costruzione della ferrovia. Il matrimonio con Josephine e la nascita di Reno, che ha avuto 11 figli e dopo aver suonato con Sinatra ha trasmesso la passione della musica alla figlia Catherine, diventata italiana per amore. E che ha scoperto il paese nel quale il nonno non tornò più...

Normanna Albertini

 


Alcune delle sorelle Tondelli con Marylee. Catherine è quella alle spalle della mamma, Renee chiude la fila. Nella foto sotto, sempre loro due a Hollywood con Sophia Loren e la sorella.

Ennio Tondelli era nato nel 1894 a Nismozza, sul crinale dell’Appennino reggiano, ed è uno dei tanti migranti che, spinti dal bisogno, lasciarono l’Italia in cerca di fortuna nella “Merica”. Come tutti coloro che riuscivano ad arrivarvi, dopo traversate difficoltose e spesso fatali, approdò su Ellis Island, che proprio dal 1894 era diventata stazione di smistamento per gli immigranti. L’isolotto fu la prima tappa per oltre 15 milioni di immigrati che partivano dalle loro terre di origine sperando di stabilirsi negli Stati Uniti. Venne destinato a questa nuova funzione quando il governo federale assunse il controllo del flusso migratorio, resosi necessario per il massiccio arrivo di immigrati provenienti dall’Europa meridionale e orientale.



Catherine: ritorno alle origini
Gli Stati Uniti avevano superato un periodo di depressione economica e cominciavano a imporsi come potenza mondiale. In tutta Europa si diffusero le voci sulle opportunità offerte dal Nuovo Mondo e migliaia di persone decisero di lasciare la loro patria. Il percorso inverso ha compiuto, di recente, la nipote di Ennio, Catherine Tondelli, che dall’America è tornata a vivere a Roma, dove lavora per una famosa multinazionale. Catherine ha voluto vedere con i propri occhi il piccolo paese del nonno ed è salita fino a Nismozza, rimanendo sorpresa e sconcertata perché mai avrebbe immaginato dimensioni tanto semplici e piccole per il luogo d’origine della propria famiglia.

Ellis Island, l’isola delle lacrime
La prima cosa che si è chiesta è come abbia potuto un giovane cresciuto in tale contesto intraprendere quel viaggio, entrare negli Stati Uniti, trovarvi lavoro, imparare un’altra lingua e costruirsi un futuro. Non era facile superare Ellis Island: ogni immigrato portava con sé un documento con le informazioni riguardanti la nave che l’aveva portato a New York. I medici esaminavano tutti e bollavano sulla schiena coloro per i quali occorreva un ulteriore esame medico; se vi erano condizioni particolari di infermità (come la tubercolosi) ciò comportava che venissero trattenuti all’ospedale di Ellis Island e spesso respinti. Per la maggior parte le persone giungevano affamate, sudice e senza una lira, non sapevano una parola d’inglese e si sentivano in stato d’inferiorità nei confronti della città che vedevano sull’altra riva. Secondo le registrazioni ufficiali solo il due per cento veniva respinto, e molti di questi si tuffavano in mare cercando di raggiungere Manhattan a nuoto o si suicidavano, piuttosto che affrontare il ritorno a casa. Ennio, quindi, riuscì a passare e trovò lavoro nella costruzione delle ferrovie a Chicago.



Ennio Tondelli nel suo bar-ristorante di Chicago.

A Chicago a costruire ferrovie

Negli Stati Uniti gli italiani si concentrarono nelle grandi città del Nord Est privilegiando i lavori salariati, anche in vista del rientro in Italia, e furono impiegati nelle fabbriche, nella costruzione di strade e ferrovie e nelle miniere. L’unica ricchezza che gli emigrati italiani portavano con sé era la forza delle loro braccia, e finivano a svolgere i lavori più pesanti e rifiutati dagli altri, come le opere stradali o ferroviarie e il piccolo commercio, attività capaci di garantire un guadagno immediato da spedire alla famiglia rimasta in Italia. In questo modo, secondo il Commissariato dell’Emigrazione, negli anni precedenti la prima guerra mondiale le rimesse degli emigrati, frutto di risparmi, superano i 500 milioni di lire l’anno. Dei quattro milioni di italiani emigrati negli Stati Uniti dal 1880 al 1915, a Chicago si stabiliscono in 70.000, e proprio in quella città Ennio Tondelli decide di aprire un bar ristorante. In America lo raggiunge il fratello Fortunato che, a discapito del nome, rientra in Italia dopo dieci anni e viene ucciso sulla nave, dopo essere stato rapinato di tutti i soldi e dell’oro che portava cuciti nei vestiti.


Ennio col piccolo Reno.




La nonna fisarmonicista piemontese

Poiché gli italiani formavano una comunità abbastanza coesa, è tra i connazionali che Ennio conosce Giuseppina Otello, originaria di Ivrea, che aveva lasciato l’Italia a soli 9 anni. E’ una musicista, suona la fisarmonica nei locali, una donna dal carattere forte, che ama la vita, fuma, e che canterà fino all’ultimo, sul letto d’ospedale. Ennio e Giuseppina “Josephine” si sposano e nasce Reno, il futuro padre di Catherine.
Era una signora con comportamenti già americani, Josephine (nella foto sotto), ma  aveva conservato le abitudini culinarie italiane, tramandate poi ai nipoti: gnocchi, grissini fatti in casa, ravioli, panettone; e poi i lavori a maglia, come le scarpine e le pantofole per i nipotini. Anche Reno studia musica, pianoforte e fisarmonica, tuttavia continua pure l’attività del padre con un ristorante italiano a Rockford, il “Francesco’s”. Reno si sposa con Marylee Vice (che oggi vive a San Diego), figlia di William, il quale aveva ascendenti tra gli indiani Navajo e si era sposato l’11 settembre del 1920 con Ethel Kennedy, irlandese.





Per gentile concessione di don Pier Luigi Ghirelli che ha ricostruito gli alberi genealogici delle famiglie del Crinale.

La nonna modista irlandese

Ethel proveniva da Newtonville, nell’Indiana, era figlia di Alexander Kennedy, di origine irlandese, e aveva 9 fratelli. La madre era morta molto giovane, quando lei aveva solo 13 anni, e il padre si era risposato per ben due volte. Ethel (nella foto) si era trovata a diventare non la figliastra, ma la serva dell’ultima moglie. Alla fine, l’avevano mandata a vivere con altri parenti; si era innamorata di un giovane povero, ma il padre le aveva combinato un matrimonio con un ricco anziano che però era morto colpito da un fulmine il giorno prima del matrimonio. In realtà, si era poi sposata tre volte e aveva vissuto una vita molto indipendente, portando avanti l’attività di modista nel suo negozio di cappelli a Evansville, nell’Indiana.
Catherine ricorda la nonna Ethel per il viso dolcissimo, il grande sorriso, l’atteggiamento sempre cordiale con le persone e gli animali, il forte senso religioso e poi perché non indossava mai i pantaloni e portava, invece, belle spille e orecchini. Era un’ottima cuoca, sfornava biscotti al cioccolato e torte, faceva in casa la limonata fresca e cucinava altre meraviglie del giardino e dell’orto. Camminava volentieri a piedi e non aveva mai guidato una macchina. Molto bella, aveva avuto pretendenti anche in età avanzata, ma aveva poi scelto di rimanere sola, vivendo in pace e armonia nella sua casa.
 
L’abbraccio di Reno con Domenico avvenne a Nismozza poco tempo prima della morte del nonno. Sotto, Ethel Kennedy.

Reno, musicista e cantante
Reno Tondelli, il padre di Catherine, ha oggi 88 anni e continua la sua attività di musicista, oltre che di ristoratore. Con Marylee Vice, mantenendo la tradizione prolifica dei cattolici italiani e irlandesi, ha avuto undici figli, sei maschi e cinque femmine. Il nonno Ennio, invece, aveva avuto solo Reno dal primo matrimonio e altri due figli dalla seconda moglie americana. Reno ha lavorato per venti anni nella televisione americana, suonando nelle orchestre dal vivo, ma gli è capitato di suonare anche per Frank Sinatra. Un giorno, al suo ristorante, si è presentato Luciano Pavarotti, così hanno cantato insieme. Col tempo, ha dimenticato la lingua italiana soprattutto perché, quando era bambino, si vergognava di parlarla: essere riconosciuto come italiano, a quei tempi, significava essere tacciato di povertà.
 


Reno e Marylee con la numerosa prole.


I Tondelli a Hollywood
Catherine arrivò in Italia, più precisamente a Venezia, perché aveva vinto un viaggio premio della multinazionale per cui ancora oggi lavora. In quei giorni, a Roma, conobbe suo marito e, nel 2002, decise di stabilirsi definitivamente nella capitale. Ha dovuto studiare l’italiano e ancora si sente work in progress in quanto a conoscenza della lingua. Dice che le piace moltissimo l’Italia, tuttavia lasciare la sua grande famiglia le è costato non poco.
Una famiglia davvero culturalmente vivace: Catherine ha studiato musica e suona la tromba, la sorella Renee lavora a Hollywood ed è una famosa sound editor che ha lavorato, per esempio, al film The tourist con Johnny Deep e Angelina Jolie e a La passione di Cristo di Mel Gibson. Dalla nonna piemontese, oltre alla passione per la musica, Catherine ha ereditato le ricette italiane. A Nismozza, dai cugini ritrovati, spera di tornare presto; un paese così piccolo, dice lei, in confronto alle dimensioni delle città americane, ma tanto, tanto lovely.

Nella foto, Catherine Tondelli con Michael Douglas.

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La saga dei Tondelli: Nismozza nel cuore

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