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n. 220 Marzo/Aprile 2017

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Tuttomontagna n. 126 di Ottobre 2006

INCREDIBILE/A VALLISNERA INOSSIDABILE PASTORE

90 anni e... soquante pecore

La vita di Domenico Sezzi riempita da un gregge, un Apecar e un cane. E’ guarito da tante malattie ma non dalla nostalgia degli ovini: “Ho provato a smettere ma non riesco”. La moglie Domenica e i ricordi di transumanza.

Nazzarena Milani

 

Non dice: “novanta”, dice: “novanta e qualche mese”. C’è chi non ha piacere di far sapere le proprie primavere e c’è chi, serenamente, non smette di contarle e di riempirle di cose da fare, quindi di pensieri e decisioni da prendere.
Domenico Sezzi, nato il 17 febbraio del 1916 a Vallisnera, nel comune di Collagna, è fra gli ultimi pastori del crinale e non ha intenzione di smettere di condurre le sue pecore nei campi perché... “senza niente da fare non si può stare”. Insieme alla moglie Domenica Giudici, nata qualche giorno prima di lui a poche case di distanza, Domenico ha dedicato tutta la sua vita alle pecore e non riesce a pensare a una vita diversa. Ci ha provato, quando la salute gli ha dato qualche problema, ma la conclusione era sempre la stessa: “Meglio morire che star senza”.
Nella loro semplice casa in cima al paese, a pochi passi dalla sommità del monte Ventasso, Domenica e Domenico hanno trascorso una vita piena tra boschi, prati e campanacci e ancora la vita è lì, con l’inverno che arriverà e le pecore da accudire.
“Un tempo si diceva: ‘moglie, vacche e buoi dei paesi tuoi’, e così ho fatto io - racconta Domenico -. Prima di sposarci ci trovavamo insieme anche in Toscana, dove portavamo le pecore a passare l’inverno. Si andava nel comune di Piombino. Mio padre e mio zio avevano sia le pecore che le mucche e facevano una volta per uno ad andare via con il gregge. Poi si sono divisi e mio zio andò a Latina”.
“Io - interviene Domenica - sono andata in Toscana coi miei zii a 12 anni. Si andava in Franciana, una grande tenuta. Ho conosciuto il fattore, poi il nuovo fattore (il figlio), poi l’altro fattore (figlio del figlio). Era un viaggio lungo, anche otto giorni a piedi. Il primo alloggio era al monte di Fivizzano, poi venivano tutte le altre tappe. Si dormiva in una stanza con la paglia e le pecore rinchiuse. Si mungeva il latte, si faceva da mangiare. Ora sono 23 anni che siamo a casa, le mucche le abbiamo finite e sono rimaste le pecore”.
Il gregge si è ridimensionato (non più le 260/290 pecore di un tempo), non si fa più la transumanza, ma i riti e i suoni sono gli stessi. La montagna è la stessa, le bestie conoscono i prati intorno e le stagioni fanno il resto. “Avevo provato a smettere - dice Domenico - perché lo so che bisogna fare i conti con gli anni. Ma cosa volete, la provvidenza mi ha sempre aiutato. Quando mi son sentito male la prima volta ero a pascolare vicino al cimitero e, anche se sembrava che dormissi, sono venuti a vedere se stavo male. Dopo hanno avvertito, è arrivata l’ambulanza e anche l’apparecchio. Dovevano portarmi a Parma, ma visto che mi riprendevo mi hanno portato a Castelnovo. Ho fatto quindici giorni d’ospedale. Ho provato a far senza pecore ma è inutile che dicano ‘devi stare a sedere’. Se uno si sente... Sono stato anche due anni senza, ma credevo di morire. Allora me ne son fatte dare quattro, poche, ma poi si sono moltiplicate. Il primo tentativo l’ho fatto una quindicina di anni fa perché non stavo bene, me ne ero salvate sette, poi niente, non posso tenere neanche quelle... Niente da fare, senza non si può stare! Ne ho dovute ricomandare soquante...”.
Bisogna ammettere che di tentativi seri Domenico ne ha fatti; dopo un problema di salute (e ce ne sono stati diversi, compresa una operazione all’occhio) e le raccomandazioni dei dottori si è sempre attivato per svuotare l’ovile, poi però... Le soquante pecore, scure, di razza massese, dovevano ricomparire. Ora sono lì, nei brevi prati di Vallisnera, seguite da Domenico e dal cane Alfa. Con il fedele aiutante a quattro zampe e l’Apecar (“Se non ci avessi la cagnina non potrei tirare avanti, senza la mia Alfa e il mio apino sarei morto!”) questo antico pastore cura il suo prezioso gregge e va a prendere il mangime per l’inverno.
Chi gli vendeva le pecore è morto, ma Domenico ha deciso: non si può migliorare una vita tagliando la sua radice. Se la salute è importante, la vita lo è di più.

Lo accompagnamo lungo il sentiero a riprendere il suo piccolo gregge, dandogli rassicurazioni sulle nostre capacità di escursionisti, e poi viene il momento di lasciarlo lì, fra le sue pecore che gli si fanno accanto. “Mi vogliono bene, sapete? Mi vengono vicino. Si distinguono l’una dall’altra come si distinguono le persone”.

 

Sommario



90 anni e... soquante pecore
Sessant'anni d'amore all'ombra del Ventasso


Quando il crinale ci univa alla Toscana
Cerretti, il poeta cieco


La "Casina" entra in... casa

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