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n. 220 Marzo/Aprile 2017

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Tuttomontagna n. 126 di Ottobre 2006

L'EPOPEA DEL MAGGIO/GLI AUTORI (1)

Cerretti, il poeta cieco

Abile, sensibile e riflessivo, compose 11 poemi nei 40 anni di buio. Il “lirico” e il “profano” alle origini del tipo “drammatico”.

Romolo Fioroni

 


Maggiarini di Cervarolo con pubblico di Civago nel 1925
(autore anonimo, Fototeca Biblioteca Panizzi Reggio Emilia).



L’autore riveste grande importanza in ogni forma di rappresentazione teatrale. Così come nello spettacolo del “Maggio cantato”. Quella forma di teatro popolare, propria del nostro Appennino, che trae origine dalle antiche canzoni inneggianti al mese di maggio e alla primavera. Che si identificano nel “Maggio lirico” o nel “Maggio profano”. Due forme di spettacolo che si svolgono la notte fra il 30 aprile e il 1° maggio. La prima per raccogliere offerte in suffragio delle “anime purganti”. La seconda, detta anche “maggio delle ragazze”, per propiziare la venuta della buona stagione, inviare messaggi amorosi alle giovani del paese e per raccogliere cibi e bevande per una festa della comunità. Dalle due forme di maggio-processione è derivato il maggio epico-drammatico, influenzato certamente dalle “sacre rappresentazioni”.
Di autori nati nell’Ottocento ne abbiamo censito ben 34: di quattro comuni reggiani (Busana 3, Ligonchio 4, Toano 5, Villa Minozzo 14), altrettanti modenesi (Frassinoro 4, Montefiorino 1, Pievepelago 1, Serramazzoni 1) e uno di Neviano degli Arduini, nella provincia di Parma. I più anziani sono risultati essere Clemente Fiori (nato nel 1835) e Domenico Cerretti (1841) di Rovolo di Frassinoro, Elia Del Fante (1842) di Neviano degli Arduini e Battista Ferrarini, che fu anche sindaco di Villa Minozzo, dove nacque nel 1849.
Vediamo di conoscere questi semplici personaggi che, pur disponendo di una modesta cultura, erano dotati di talento, fantasia, una vena poetica e un amore per la bellezza veramente eccezionali. A partire da uno dei più noti e fecondi, per quanto riguarda la produzione di testi per lo spettacolo del Maggio: Domenico Cerretti. Nei prossimi numeri ne presenteremo altri, al fine di testimoniare e valorizzare la loro attiva presenza. Almeno dal punto di vista culturale.
Domenico Cerretti nacque a Rovolo, nell’Appennino modenese, sul versante destro del Dolo, da una famiglia contadina che viveva del magro reddito proveniente da un’avara terra coltivata direttamente. Così, in una lettera al prof. Sesto Fontana, autore del volume Il Maggio, il Cerretti descrive la sua infanzia e la sua prima giovinezza: “Disgraziato dalla nascita alla morte. Di cinque mesi caduto nel fuoco e ne porto sempre il segno nella guancia destra; quindici giorni stetti (così mi fu detto) senza aprire gli occhi. Quanto soffersi non ricordo. Ero il primo dei maschi. Il mio lavoro era quello dei campi, la famiglia numerosa: cinque maschi e cinque femmine, allevati tutti nella miseria. Passiamo oltre. Venti anni. Soldato di prima categoria. Stetti sette anni e più sotto le armi e tanta era la mia abilità che non potei acquistare il grado di caporale, non sapendo né leggere né scrivere ed essendo poco energico. Questo tempo fu il migliore della mia vita”.
In quel periodo, però, perde il padre. Rientrato in famiglia, ne assume le redini e tenta di rimettervi ordine. I fratelli e le sorelle mal sopportano la sua determinazione. Domenico è così costretto ad uscire dalla famiglia, privo di tutto. Sposa una brava moglie che gli dà quattro figli.
A quarant’anni diventa cieco (la caduta nel fuoco da bambino ne è la causa scatenante?) e sovente è in preda alla disperazione. Rinchiuso in se stesso, dedica la vita alla poesia: “Per esser cieco, e nulla più vedere / so troppo poco, e troppo per sapere”. Tanto da scrivere, a conclusione della lettera al prof. Fontana: “Sono giunto al punto di togliermi la vita, se non fossi stato troppo vile; ma più vile sarei stato se non avessi saputo resistere all’avversa fortuna”.
Oltre al lavoro, che pratica - purtroppo, letteralmente “alla cieca” - accudendo il bestiame, zappando la terra e pareggiando le zolle con le mani, dedica alla poesia i rimanenti, lunghi quarant’anni che lo separano dalla fine. Liriche in quartine, sestine e ottave (i metri che prediligeva). Sono tante quelle composte e mandate a memoria. Pochissime e molto belle quelle fatte scrivere, sotto dettatura, e pervenute fino a noi. Il settore dove ha modo di esprimersi a piacimento è la composizione di Maggi. Undici quelli dettati nei suoi quarant’anni di cecità. Di seguito l’elenco dei titoli, di cui non sempre è dato di sapere l’anno o gli anni in cui sono stati composti e dettati (pare a una fedele nipote): Calloandro e Leonilda, tratto dal romanzo Il Calloandro Fedele di G. B. Marini,                   che è il vero tipo dei romanzi eroico-galanti del ‘600, 430 strofe; Gli Esiliati a Barra, tratto dall’omonimo romanzo. Composto nel 1904 (376 strofe); Battaglia di Benevento (470 strofe); I tre moschettieri (420 strofe); Il conquisto di Granata, dal poema omonimo di Gerolamo Graziani (464 strofe); L’Orlando Matto, composto nel 1910 (463 strofe); Il Sacco di Roma (385 strofe); Il Presente e l’Avvenire d’Italia, composto nel 1921 (247 strofe); Il Bel Secolo Passato, composto nel 1922 (379 strofe); La Guerra di Albracca e L’Assedio di Parigi.
Degli ultimi due componimenti non è dato sapere il numero delle strofe, e tantomeno la data di composizione. Lo stesso prof. Sesto Fontana, che ebbe modo di incontrare Cerretti nel 1920, confessò di non essere riuscito a rintracciarli. Il Maggio Il presente e l’avvenire d’Italia - un tentativo di affrontare i problemi sociali che riflette le situazioni reali vissute nell’immediato dopoguerra 1915-‘18 - è stato cantato in questi ultimi vent’anni dalla “Nuova Compagnia del Maggio” di Frassinoro, diretta da Marco Piacentini, per rivisitare il famoso poeta-compositore, alla cui ricca produzione scarsamente hanno attinto i famosi complessi che hanno operato nella zona. Un compositore abile, riflessivo e sensibile, il Cerretti. Che possiede tutte le qualità richieste all’autore di uno spettacolo come il Maggio: conoscenza del pubblico; capacità di individuare soggetti in grado di avvincerlo e conquistarlo, abilità nel ricondurre a sintesi il tema prescelto, estro poetico e grande sensibilità artistica. Se si considera, poi, che manca di un’indispensabile senso come la vista, ed è quindi costretto a farsi leggere i romanzi di cui sente parlare, a ridurli e a comporli senza l’uso di carta e matita, la sua vasta e ottima produzione stupisce davvero.
Abbiamo avuto modo di rappresentare, con il complesso della “Società del maggio costabonese”, Sanclaire delle Isole o Gli Esiliati a Barra, uno dei suoi componimenti. Nel corso dell’estate ‘63 fu proposto ben cinque volte; altre quattro nel ‘78. Fu, come tutti i componimenti del secolo scorso, opportunamente ridotto a 198 strofe. Ebbe il successo che meritava per le qualità espresse nel testo dall’autore ma anche per la vicenda trattata: un romanzo popolare di Montelieu. Il romanzo è stato ritrovato diversi anni fa da Giorgio Vezzani su una bancarella. Uscì in 21 dispense (due per ogni puntata) della Editrice “Gloriosa” (Milano, 1924).  Gli undici fascicoli erano, evidentemente, stati raccolti e rilegati in un volume da una legatoria artigiana. Vezzani lo pagò 3.500 lire. Oltre alla qualità e alla popolarità del soggetto, il Cerretti era  riuscito a tradurlo in quartine e ottave deliziose e meditate. Un vero successo dell’autore, impostosi all’attenzione del vasto e specializzato pubblico del Maggio, della critica e di attenti studiosi, come il prof. Sesto Fontana, che per il cieco cantore di Rovolo ebbe tanta meritata simpatia.

 

Sommario



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Quando il crinale ci univa alla Toscana
Cerretti, il poeta cieco


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