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n. 220 Marzo/Aprile 2017

 

 

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Tuttomontagna n. 137 di Dicembre 2007/Gennaio 2008

ROSI E VINCENZO SPOSI AL RIFUGIO S. MARIA

Il Ventasso: la mia casa

“Sta nell’angolo più dolce del cuore”. “E’ la porta di un mondo differente da quello che conoscevo”. E poi, festa per tutti a Nismozza. La poesia di una storia unica.

Giovanni Bianchi

 


Vincenzo Castellano e Rosi Manari sposi raggianti al Ventasso. Sotto, la festa dell’intera comunità di Nismozza.


Il Ventasso è una montagna sacra per tutti coloro i quali hanno un pezzetto di vita sotto le sue falde; lo sentivano gli antichi che lo veneravano, lo sentono oggi coloro che conoscono la magia dei suoi boschi e delle sue antiche storie. E’ una montagna che sprigiona una forte religiosità legata al mondo naturale, agli elementi e al rapporto con il sentire dell’uomo. L’oratorio di Santa Maria Maddalena, posto a 1.500 metri in una piccola radura sul lato sud, subito sotto la cima del monte, rappresenta tutt’oggi un punto d’incontro per tutti i borghi del comune di Busana. Avvenimenti, leggende e spiritualità hanno costituito la storia millenaria di questo luogo, ma cerimonie matrimoniali sono effettivamente una rarità. Da una nostra ricerca è venuto fuori che negli ultimi cento anni i matrimoni sono stati solo due: uno negli anni Sessanta e l’altro quest’anno: Vincenzo Castellano, originario di Bologna, e “Rosi” Rosa Maria Manari, originaria di Busana hanno, come si usa dire, “convolato a giuste nozze” proprio sulla cima del Ventasso lo scorso 8 settembre. Ecco la loro storia.     
Perché proprio sulla vetta del Ventasso?
“Per me - dice Rosi - questa montagna rappresenta ‘casa’, quel luogo che sta nell’angolo più dolce del cuore quando boschi, prati e profumo di terra bagnata sono lontani; il luogo della condivisione con gli altri, con i paesani che diventano famiglia il giorno della festa di S. Maria Maddalena”.
“Per me - aggiunge Vincenzo - il Ventasso è un luogo simbolico, perché è la porta di un mondo differente rispetto a quello che conoscevo, dove ho incontrato la montagna e i montanari, che da allora mi sono entrati nel cuore”. “Per noi - proseguono all’unisono - è la montagna sotto la quale abbiamo un piccolo nido nel quale ci rifugiamo; è il tracciato delle nostre corse nella natura dietro casa, quando basta svoltare l’angolo e sei già sul sentiero del Ventasso. E’ un luogo speciale nella trama della nostra storia; lunga dieci anni nei quali il nostro rapporto cresceva mentre tanti boschetti, radure e pratine del Ventasso scorrevano sotto i nostri piedi. E’ la montagna che ha rappresentato il centro e il simbolo dell’Ecomaratona del Ventasso, una corsa nata da un’idea appassionante che è divenuta un grande progetto realizzato assieme a tanti amici. Per questo insieme di ragioni non riuscivamo a pensare ad un altro luogo, altrettanto simbolico, per sposarci”.
Cosa vi ha particolarmente colpito ed emozionato?
“Giungere in S. Maria e trovare tanti amici ad attenderci. In realtà noi avevamo tanta voglia di essere lì quel giorno, ma non volevamo che questo rappresentasse un impegno per quelli che erano stati invitati. Così, nei giorni precedenti, ci siamo preoccupati di dire che avremmo avuto modo di condividere la gioia con gli amici una volta ritornati in paese, a Nismozza, dove avevamo organizzato la festa. Noi saremmo saliti sul monte, perché quello era ciò che desideravamo per noi. Era un ricordo che volevamo stamparci nella mente. E invece in tanti, oltre cento amici, dopo circa due ore di cammino, erano saliti a S. Maria ad aspettarci. E’ stata proprio una bella sorpresa”.
E “l’attimo fuggente”?
“L’abbiamo vissuto e ci ha commosso: dopo che l’assessore Daniela Pedrini ha pronunciato la fatidica frase che ci avrebbe riconosciuti marito e moglie, ci siamo istintivamente girati verso la valle, per gustare il panorama che si allargava sotto i nostri piedi, e allora, solo allora, abbiamo visto una coppia di falchi volteggiare in cielo. Ci è parso fossero lì per noi, per salutarci e renderci omaggio. La cosa ci ha commosso e confermato che eravamo davvero in un posto magico”.
E poi?
“Siamo tornati a valle, alla festa in paese. In realtà è stata una festa ‘di paese’, nel senso che c’erano tutti. Ma proprio tutti. Nei giorni precedenti avevamo predisposto il nostro elenco degli invitati che prevedeva amici di ieri e di oggi della città e, alla voce amici della montagna, un cartello affisso a Busana e Nismozza invitava tutti, indistintamente, alla festa che volevamo proprio così: con i compaesani intorno. Come luogo della festa avevamo individuato un’aia di Nismozza, una di quelle dove un tempo si ballava.


Un’orchestrina ha suonato musica d’altri tempi, giusto per farci fare un romantico valzerino, ma non molto tempo dopo i musici si sono trovati ad accompagnare un coro di montagna, un poderosissimo coro di quelli di una volta, con le voci possenti e non studiate. E poi gente, tanta (oltre 300 compaesani), a fare festa con noi e a gustare le leccornie preparate dai Briganti di Cerreto. Mancavano solamente i più anziani, impossibilitati ad uscire, e ai quali qualcuno ha avuto la cura di portare a casa la torta e un bicchiere di vino”.
Cosa si prova a sposarsi a cinquant’anni?
“E’ un piacere particolare per chi condivide già da diversi anni un giorno dopo l’altro. Noi ci siamo sposati dopo dieci anni di vita insieme. L’abbiamo fatto perché in questi dieci anni di cose ne abbiamo fatte tante insieme e questa ci mancava proprio. Per dirla con una metafora: lo abbiamo fatto per aggiungere la ciliegina a una torta già completa. Lo abbiamo fatto perché dopo dieci anni ci amiamo”.

Sommario



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