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n. 220 Marzo/Aprile 2017

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Tuttomontagna n. 137 di Dicembre 2007/Gennaio 2008

GATTA/L’AFFASCINANTE ESPERIENZA DI LEANO LAMECCHI

Per il mondo nel nome della moda

Dalla macchina da cucire della nonna ad un ruolo di grande responsabilità: “Se un giovane ha dei sogni deve provare a concretizzarli”. Il ruolo della montagna e della famiglia.

Normanna Albertini

 

Ci sono passioni e talenti che sono parte di alcune persone da sempre, fin da quando aprono gli occhi sul mondo. Compito di chi le accompagna nella crescita è permettere lo svilupparsi e il fiorire di queste qualità, evitando di incanalare i figli e gli allievi in percorsi formativi che produrrebbero solamente frustrazione e disagio. La passione di Leano Lamecchi, 27 anni, di Gatta, è quella della moda, e già lo si era capito nei primi anni di scuola, quando in prima elementare, disegnando il presepe, rappresentò la Madonna con un’elegante gonna al ginocchio e un paio di scarpe decolleté verdi dal tacco alto, perché, insomma, era pur sempre una signora e come tale doveva presentarsi ben vestita e ordinata! Così, dopo l’Istituto tecnico a Castelnovo, Leano ha scelto un percorso universitario, a Rimini, che riguarda l’organizzazione delle aziende di moda, laureandosi il 2 luglio 2003. La moda come sistema di prodotti e segni che, con specifiche modalità, intreccia gli ambiti della produzione, della creazione, della comunicazione e del consumo. In montagna Leano Lamecchi è forse l’unico ad avere una posizione lavorativa di questo tipo; lo abbiamo intervistato per farci raccontare di cosa si tratta.

Leano (secondo da destra) ai tempi della seconda elementare a Gatta.

Quando è nata la voglia di intraprendere questo lavoro?
“La mia è sempre stata una passione; quando ero piccolo lavoravo con la macchina da cucire di mia nonna, leggevo le riviste, seguivo le sfilate. Avrei voluto frequentare l’istituto tecnico tessile, ma dovevo andare a Reggio, per cui ho scelto l’Iti ad indirizzo elettrotecnico a Castelnovo. Poi mi sono iscritto a Rimini a ‘Cultura e tecnica del costume e della moda’. I laureati in questo corso di laurea possono ricoprire ruoli di alta responsabilità nell’ambito del management comunicativo. Alcuni ambiti occupazionali sono: aziende dei sistemi della moda, agenzie pubblicitarie, uffici per le relazioni pubbliche, uffici per progettazione strategica”.
Altri corsi di specializzazione?
“Ho frequentato corsi d’inglese. Non avevo esperienze all’estero, e un po’ me ne pento: l’inglese è indispensabile. Per impararlo consiglio di parlare, vedere un sacco di film, ascoltare, e anche andare una settimana a Londra invece che a Riccione. All’inizio non è così facile, ma è indispensabile, perché, anche in ufficio, l’ottanta per cento delle chiamate è in inglese”.
Come si è inserito nel mercato del lavoro?
“Quando sono uscito dall’università avevo già un lavoro a tempo determinato, dopo però è stato molto difficile. Quello che consiglio è comunque di non lasciarsi scoraggiare. Nel frattempo ho fatto altri lavoretti”.
In cosa consiste di preciso il suo incarico?
“Praticamente io sono un retail coordinator, seguo i negozi dall’attimo prima dell’ordine fino a fine stagione. Vado in visita nei negozi, controllo l’immagine, curo la pubblicità, gli eventi e controllo la parte commerciale; sono la figura dell’azienda che interfaccia col mercato per quanto riguarda i negozi, un tramite tra negozi e azienda. E’ molto interessante”.
Non lavora da solo…
“In visita vado da solo, in azienda, invece, lavoriamo in team. Io viaggio per quattro o cinque mesi all’anno”.

Nella foto, una boutique di Hong Kong.

In quali paesi?
“Cina, Giappone, Taiwan, Qatar, Arabia Saudita, Libano, Emirati Arabi Uniti, Russia, Grecia, Svizzera, Austria, Slovenia, Montenegro, Croazia. Ad esempio, domani parto per la Serbia...”.
Cosa può dirci della Cina?
“E’ un paese molto interessante, mi ha affascinato subito la prima volta che ci sono andato”.
Perché?
“E’ un mondo in espansione, che vedi e respiri; la immaginavo diversa, ma ho trovato un’altra realtà. Il cibo, per esempio, è un aspetto molto piacevole, sicuramente non è quello di bassa qualità che conosciamo dalle nostre parti. Un’altra cosa che mi ha lasciato di stucco è la voglia di imparare dei cinesi. D’altro canto, mi ha colpito negativamente il fatto che abbiano praticamente distrutto tutto ciò che era la loro storia”.
In questo lavoro, in Cina, ci sono più donne o più uomini?
“Più donne, sicuramente. Hanno voglia di imparare, vogliono raggiungere degli obiettivi, certo con molta fatica: vengono da un sistema comunista e in poco tempo hanno avuto una trasformazione incredibile. Ora, ad esempio, a Pechino vedi solo grattacieli, un traffico micidiale e un inquinamento da far paura. Le nuove generazioni vivono il cambiamento in positivo, perché possono arricchirsi, mentre le vecchie generazioni si trovano spaesate”.
A livello di comunicazione interpersonale come si è trovato?
“E’ stato difficile, perché sono poche le persone che parlano inglese. Quando si prende un taxi ci vuole il biglietto con l’indirizzo scritto in cinese. Una volta sono arrivato in aeroporto a Shangai la sera tardi con l’indirizzo dell’hotel e alla fine mi sono ritrovato davanti a una banca...”.
Com’è il mercato della moda in Oriente?
“Molto buono, c’è una grande richiesta ad alti livelli. Di solito nei centri commerciali dove ci sono i negozi c’è molta domanda per il made in Italy e per tutta la moda che viene da fuori, perché per loro è uno status simbol”.

Lo shopping dei facoltosi sceicchi.


E nei paesi arabi?

“Si vende, il mercato è buono anche perché quella è gente che viaggia tanto”.
Nei viaggi, si sente la diversità culturale?
“Ci sono paesi di cultura e mentalità un po’ più chiuse e la prima volta l’impatto è forte, ma poi ti abitui. A me piace un sacco viaggiare e sono incuriosito dalle varie usanze. In Arabia Saudita ho mangiato un piatto seduto in terra, servendomi con le mani. Sono stati gentilissimi (gli arabi sono persone molto gentili, una volta che ti sei guadagnato la loro fiducia), mi hanno chiesto se volevo le posate e un piatto per me. Io ho risposto che ero in Arabia Saudita e volevo mangiare come loro”.

La celebre "strip" di Dubai, negli Emirati Arabi.


Il mercato si sta aprendo anche nei Balcani?
“Alcuni negozi ci sono già da tempo, il made in Italy è ben visto. Sono paesi che si stanno sviluppando, ma non solo l’area dei Balcani: tutto l’Est Europa”.
La parte negativa di questo lavoro così interessante?
“A volte capita di stare lontano da casa per settimane, quindi non tutti sono propensi a un simile sacrificio, soprattutto chi ha una famiglia. Penso che sia problematico soprattutto per una donna”.
Nei paesi arabi una donna non potrebbe nemmeno viaggiare sola, no?
“Infatti, in Arabia una donna può viaggiare, se non erro, solo se ha più di trentadue anni ed è sposata”.
E sua nonna, sulla cui macchina da cucire si è esercitato da bambino, cosa dice?
“Mi chiede sempre se vado nei paesi pericolosi, se ci sono dei problemi, poi, ogni volta che parto e sto via settimane, sono lacrime. Mio nonno, invece, quando vede passare un aereo si chiede se sarà il mio”.  
Per il momento, allora, continua ad abitare a Gatta?
“Sì, ma se porterò avanti questo lavoro dovrò trovare una sistemazione diversa, soprattutto per l’inverno”.
Il fatto di essere nato e aver studiato in montagna, pensa che l’abbia penalizzato o crede che abbia avuto aspetti positivi?
“Per chi nasce in una grande città ci sono più possibilità, pensiamo soltanto alla scelta a livello scolastico, ai corsi extrascolastici. D’altro canto, però, in montagna si vive bene, nel senso che ci sono dei valori che la grande città ha perso. La formazione è importante, ma lo sono molto anche i valori, quelli che trasmettono la famiglia, la scuola, la parrocchia. Reggio è ancora un’isola felice, ma in certe città è difficile ritrovare simili realtà”.
Che cosa pensa di ciò che si dice in genere dei giovani?
“Credo che a volte si generalizzi un po’ troppo. Ci sono certi ragazzi, anche miei coetanei, che mettono tristezza, perché non sono capaci di fare un discorso serio, non hanno obiettivi, desideri, vivono alla giornata, non hanno interessi né conoscenze. E penso che la principale causa di tutto ciò sia la famiglia. Io ho avuto la fortuna di avere una famiglia molto buona, che mi ha insegnato tanto. Poi, però, ci sono giovani che hanno dei progetti e che tirano fuori le unghie per ottenere quello che tanto desiderano. E’ il motore che fa crescere sia te che la società. Se uno ha dei sogni deve almeno provare a concretizzarli. Può non andare bene le prime volte, ma non bisogna lasciar perdere”.
Tra le cose che la sua famiglia le ha insegnato penso che ci sia anche lo spirito di sacrificio…   
“Sì, la vita è fatta di sacrifici, soprattutto per conseguire gli obiettivi. Poi mi ha insegnato il rispetto, che è importante, il saper ascoltare, il comportarmi correttamente. Poi il fatto che non tutti siamo uguali e il mondo è bello proprio per questo, anche se nelle nuove generazioni si sta diffondendo un po’ troppo l’omologazione. Basti vedere come vanno vestiti i ragazzini o i cellulari che hanno in tasca...”.
Lavorerebbe anche all’estero?
“Sicuramente, farei volentieri un’esperienza anche di un paio di anni. Se si ha l’opportunità, credo siano occasioni da cogliere”.

 

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