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n. 220 Marzo/Aprile 2017

 

 

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Detto tra noi...

Gli editoriali di Tuttomontagna

 

Montagne verdi o vendonsi?

Numero editoriale: 126

 

di Giuseppe Delfini

Sono numerosi gli annunci “vendesi” che costellano stabili della nostra montagna. Li troviamo soprattutto nelle zone alte, quelle più distanti dalle opportunità dei grandi centri abitati, tipo la città di Castelnovo, e più scomode rispetto alla maggioranza delle sedi di lavoro. Non vogliamo evocare il fuggi fuggi: sono stati registrati svariati e graditi ritorni, e alcuni provenienti da altre latitudini hanno optato per la vita in alta quota. Ci sono, poi, casette nuove o rifatte, e persino gli stranieri, in quanto a ripopolamento, ci stanno dando una robusta mano. Però. Gli avvisi con la proposta di vendita di case e dintorni sono però tutt’altro che una rarità. Una situazione irreversibile? Vogliamo credere di no. Leggiamo della proposta di matrice politica di tentare di far tornare da noi alcune eminenti personalità emigrate verso altri lidi. Non possiamo che essere d’accordo. Tanto più se pensiamo che ogni persona, ma proprio ogni, rappresenta nella sua unicità una grande personalità. Ben vengano le figure di spicco, ma quello di cui ha bisogno l’Appennino (e l’Alto Crinale in misura maggiore) è una solida e stabile presenza umana. Si parla di turismo o di agricoltura come futuro della nostra terra, dimenticandosi spesso che il punto di partenza di ogni progetto devono essere le persone, la loro presenza, il loro stabilirsi su una ben precisa terra. Siamo in sintonia con chi sostiene la necessità di favorire (con agevolazioni, detassazioni e incentivi vari) chi investe o gestisce attività in angoli disagiati. Stiamo parlando di supporti sani e trasparenti, non di privilegi elargiti attraverso vie poco illuminate. Se tali aiuti fossero stati attivati per tempo, forse non avremmo assistito alla massiccia chiusura, per esempio, dei piccoli bar o negozietti di paese, la cui funzione sociale, oltre che commerciale, è innegabile. Se tali sostegni venissero offerti pure a chi intende vivere, restaurando o sistemando o ricostruendo, nelle abitazioni site nelle suddette zone, forse potremmo eliminare qualche “vendesi”. Se infine pensiamo che dove si trovano più opportunità la gente vive più volentieri e facilmente, e che dove si registra una popolazione maggiore certi servizi ed esercizi fanno meno fatica a sbarcare il lunario, vediamo come, piano piano, vincendo una partitella per volta il trionfo finale nel nostro singolare torneo si avvicinerebbe. Dove recuperare i mancati introiti di tutte queste detassazioni-agevolazioni-incentivi? Noi inizieremmo a sforbiciare su sprechi, scoordinate e incontrollate elargizioni a pioggia, burocrazia, enti vuoti e sovrapponibili, scranni inutili e funzionari inconcludenti, sparsi ovunque per l’italico stivale. Fatto questo, potremmo riflettere su altro. E’ appena iniziata una nuova legislatura e sembra che finalmente il Parco, almeno negli organi dirigenziali, stia per decollare. Cerchiamo, in quelle sedi, di far ragionare pure di questo. Volare alto fa bene, ma spesso non basta.
P.S.: la Matilde spa (organismo a capitale molto pubblico e poco privato, nato per promuovere un determinato e ampio regno) è entrata a far parte del Gal (ente che gestisce finanziamenti europei). Speriamo che l’operazione serva per far fruttare al meglio le azioni dei troppi enti che ci sono in giro. Speriamo, ancora, che tale ingresso non porti via risorse (mai abbondanti e mai per tutti) ad altre meritevoli realtà. Speriamo. Abbiamo infatti un dubbio. Se una spa entra in un altro organismo, lo fa solo per uno specifico scopo: il saldo finanziario. Se avesse voluto informazioni o concordare strategie, sarebbero bastati un incontro o un seminario di studi. La zona matildica è da sempre sottovalorizzata e iper trascurata, anche economicamente. Sacrosanto il tentativo di reperire l’ossigeno necessario, ma non a scapito di altri soggetti ad essa, anche se solo geograficamente, vicini.

 

 

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