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n. 220 Marzo/Aprile 2017

 

 

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Detto tra noi...

Gli editoriali di Tuttomontagna

 

E la chiamano civiltà

Numero editoriale: 121

 

di Giuseppe Delfini

- Leggendo le note che Roberto Zappaterra (il castelnovese beccato con resti di anfore antiche non di sua proprietà, e per questo sbattuto all’istante in gattabuia, in compagnia di delinquenti di ogni razza e in pessime condizioni igienico sanitarie) è riuscito a inviare dal carcere greco nel quale è stato rinchiuso, ci siamo interrogati su cosa sono la civiltà e il rispetto dell’uomo nell’occidente del terzo millennio. Speriamo, prima di tutto, che nel frattempo sia arrivato il momento della sua scarcerazione e del ritorno in patria. Di aver sbagliato l’ha ammesso lui stesso. Quello che sconcerta è che dalle nostre parti un trattamento così duro non l’hanno subito e non lo subiscono nemmeno spacciatori di droga o stupratori. Roberto ha tentato di impoverire il patrimonio archeologico-culturale della Grecia. E allora? Parliamo di cocci, o no? Se lo stesso parametro l’avessero usato nel caso, per esempio, dell’abbattimento dello storico asilo di Castelnovo, o se il medesimo trattamento venisse applicato a chi fa razzia di reperti antichi rinvenuti nei nostri campi o sulla Pietra, apriti cielo! C’è stato chi s’è mosso per lui (certo che se fosse stato un beagle avrebbe avuto dalla sua ben altre grancasse…), ma su vicende come queste (per le quali, lo ripetiamo, auspichiamo un felice e veloce finale) sarebbe bene che riflettessero i nostri politici e i grandi commentatori che pontificano dalla tv (perché se oggi non blateri da lì, perdi fiato). Quanti sono i Roberto Zappaterra sparsi per le carceri del mondo? Non vogliamo depenalizzare i reati, ci mancherebbe altro. Il fatto è che un giusto senso della proporzione tra misfatto e pena, a quanto pare non esiste né in Italia né in Grecia (anche se con toni e accenti opposti). Ma noi continuiamo pure a chiamarla civiltà.
- “I versanti opposti delle montagne, così come il mare e le stesse montagne, non sono mai stati, prima del secolo scorso, culturalmente, antropologicamente, spiritualmente, economicamente, socialmente, divisi e distinti”. Inizia così il “Manifesto dei Parchi”, che ha per sottotitolo “Tra la Pianura Padana e il mare attraverso i crinali dell’Appennino”. E’ stato presentato nei giorni scorsi al Cerreto da tutte le realtà territoriali esistenti nel suddetto spicchio di terra. Si tratta di comunità confinanti che possono vantare un patrimonio storico-ambientale di primissimo ordine, e alle quali la collaborazione e l’unità d’intenti non può che giovare. Un tempo la montagna era punto di incontro e d’unione. La storia (pardon, l’uomo) ha trasformato i crinali in barriere solo recentemente. Bisogna fare retromarcia. “Vogliamo e dobbiamo raccogliere questa tensione, questa tendenza rinata che unisce, e tradurla in proposta e azione immediata, concreta”, si legge ancora nel Manifesto. Idealmente concordiamo, giornalisticamente controlleremo e vi riferiremo. In questa occasione ci piace ricordare il convegno di studi svoltosi a Castelnovo nell’ottobre del 1998 dal titolo “L’Appennino: un crinale che univa e unirà”. Fu un grande momento per ragionare e discutere sull’identità di questo paradiso, sul suo passato e sul suo futuro. Non sappiamo se il Parco nazionale, come istituzione, porterà valanghe di benefici (se il buongiorno si vede del mattino, stiamo freschi. O quasi). Crediamo però, e vogliamo sperare, che un nuovo modo di intendere la Montagna, il Crinale e le terre ubicate intorno stia prendendo piede, che diventi un paletto fisso tra i politici e la gente, e che dal dialogo tra i primi e i secondi (che ancora troppo spesso manca) possa nascere qualcosa di buono e consistente.  
PS: Ciano, coi suoi archi in simil-Calatrava piazzati sulla rotonda sorta al posto del vecchio ponte, arriverà prima della Reggio che vanta e strapaga il vero Calatrava. Quando si dice la grandeur…

 

 

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