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n. 220 Marzo/Aprile 2017

 

 

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Gli editoriali di Tuttomontagna

 

Donne, a volte i diritti sono un'utopia

Numero editoriale: 132

 

di Normanna Albertini

La festa della mamma è passata da poco, una festa stabilita come ricorrenza di protesta dopo la Guerra Civile negli Usa da parte di madri che avevano perduto i loro figli in quella carneficina. La donna (e madre) che scrisse il “Proclama del Giorno della Madre”, nel 1870, fu Julia Ward Howe: “Noi donne di una nazione proviamo troppa tenerezza per le donne di una qualsiasi altra nazione, per permettere che i nostri figli siano addestrati a ferire i loro”. Se nei paesi occidentali la condizione delle donne, e delle madri, è nel frattempo sicuramente migliorata, nonostante alcune di loro ancora debbano piangere i figli morti in guerra, bisogna ammettere che nel resto del mondo, dai paesi dell’ex Unione Sovietica a quelli dell’Asia, al mondo arabo, all’Africa e al Sud America, i diritti umani per le donne restano soltanto un’utopia. I diritti che le costituzioni dei paesi europei garantiscono a tutti i cittadini, senza distinzione di sesso, razza o religione, per noi donne occidentali sono scontati, e abbiamo dimenticato le battaglie fatte per ottenerli, ma alle straniere sembrano quasi privilegi. Le donne provenienti dai paesi ex comunisti rimpiangono il benessere e la relativa parità di cui godevano prima della caduta del regime, pur ammettendo una forte mancanza di libertà: con le loro rimesse, oggi, tengono in piedi le famiglie e, in buona parte, l’economia dei loro stati. I dati ufficiali sulle rimesse delle ucraine o delle moldave, ad esempio, pubblicati in diverse ricerche, sono impressionanti, ma rendono solo in parte il volume di denaro che riescono a mandare in patria, perché non sempre si servono delle banche. In mezzo alla nostra indifferenza per i loro problemi o, addirittura, alla tollerata violazione dei diritti umani. Fino ai casi estremi, come quello famoso di Ayaan Hirst Ali, arrivata dalla Somalia in Europa a 22 anni, costretta ultimamente a fuggire dall’Europa in America per salvarsi la vita. Diventata cittadina olandese e laureatasi in scienze politiche, impegnata con i socialdemocratici, aveva ricevuto una fatwa per aver difeso i diritti delle donne musulmane. Dopo aver scritto la sceneggiatura di un film, “Non sottomessa”, la cui uscita nelle sale portò all’assassinio del regista, ucciso da un estremista islamico, ha vissuto sotto scorta e nel Parlamento olandese ha chiesto un’indagine sui delitti d’onore e le violenze nelle famiglie musulmane in Olanda. Nei suoi confronti qualcosa, in noi occidentali, non ha funzionato, soprattutto in noi donne occidentali. A parole siamo tutte brave a parlare di diritti umani e ad attaccare chi è ostile ai diritti delle donne, ma quando si tratta di affrontare un nemico determinato e che può uccidere, preferiamo il silenzio “politicamente corretto”. Nel 2006 la Corte Suprema ha dato ragione ai vicini di casa di Ayaan Hirst Ali, che consideravano “pericolosa” la sua presenza nel quartiere in quanto poteva richiamare attentati terroristici. Le donne che ci rappresentano, nella politica a tutti i livelli, sono poche, ma sarebbe sufficiente che, nelle loro scelte, tenessero conto, insieme alle ovvie direttivo di partito, del loro essere donna e dei bisogni reali di tutte le donne. Scriveva Arundhati Roy, scrittrice indiana, in “Guerra è pace” nel 2002: “Non possiamo cancellare la storia. La storia è passata, finita. Possiamo soltanto modificarne il corso coltivando quello che amiamo anziché distruggere quello che non ci piace”. Credo che questo sia il compito, innanzitutto, delle donne.

 

 

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