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n. 220 Marzo/Aprile 2017

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Detto tra noi...

Gli editoriali di Tuttomontagna

 

Cambiare? Si può fare

Numero editoriale: 140

 

di Giuseppe Delfini

1. Dove sono finiti i socialisti? I sostenitori di quel partito che nei lustri scorsi ha sfornato una vagonata di sindaci, vice, presidenti di Comunità Montana e membri di giunte varie, dove si sono rifugiati? A Canossa (non è una battuta. Guardate i dati)? E i fans di Diliberto, regalatoci per regalargli uno scranno romano tranquillo, ne sono rimasti talmente entusiasti dal decretare la fine del suo gruppo? Dirigenti a parte, chi appoggia verdi ed ambientalisti, che riescono a conquistare più articoli sui giornali che voti? I leader del centro-destra montano, finora dimostratisi abili nei personalismi e nelle divisioni interne, avranno captato qualche utile segnale dal loro bacino elettorale? E’ corretto impiegare i risultati di una votazione nazionale per ragionare di governi locali? Limitiamoci all’ultima domanda: sicuramente sì. Niente voli pindarici, ma per esempio non si può fare a meno di evidenziare come in alcuni Comuni il Partito Democratico viaggi sotto il 40% dei consensi (Collagna, Canossa, Toano, Viano, Vetto), e il Pdl abbia varcato la soglia del 30% (Collagna, Vetto, Viano). E che anche in altre realtà il divario è più risicato rispetto a un recente passato. Considerando inoltre il boom della Lega e altri scampoli di consenso, notiamo come pure da noi per il prossimo futuro, dal punto di vista delle amministrazioni locali, si può quantomeno ipotizzare qualche sorpresa. Un pensiero fino a poco fa impensabile. Sempre di più, finalmente, al posto delle etichette conteranno persone, programmi, capacità di dialogo, concretezza e credibilità. Forse, altrettanto finalmente, la pessima abitudine della delega in bianco ha imboccato la strada del tramonto. Un panorama come l’odierno non dovrebbe consentire più ad alcuno di vivere di rendita per meriti storici o altrui. E di questo anche la montagna potrà beneficiarne.
2. Una delle sfide più appassionanti di questa legislatura si chiama periferia. E non solo quella del mondo, dal quale provengono i tanti individui che affollano i nostri quartieri e coi quali dovremo stabilizzare un civile sistema di convivenza, facendo noi un passo verso di loro e loro almeno un paio verso di noi. Parliamo delle zone lontane dai grandi centri urbani. Visto che, nonostante i chiari di luna esistenti, per quest’ultime realtà si trovano i soldi anche per scodellare chicche come i ponti di Calatrava, dobbiamo ricordare che le aree intorno alle città non devono trasformarsi in dormitori o giardini pensili. Non c’è bisogno solo di strade o  infrastrutture (benvenuto, in merito, al casello di Caprara, anche se l’inaugurazione due giorni prima del voto ha stonato un po’), e di soldi per sistemare frane o arginare alluvioni. E’ necessario dare spazio alla concreta possibilità di vivere e lavorare, di fare vita sociale e impresa (e non è solo un fatto di preparazione scolastica), in tutti quei paesi che distano più di 30 chilometri da Reggio. L’ha scritto chiaramente Giuseppe Alai, presidente di Confcooperative: “La statale 63 deve servire per scendere, ma anche per salire in montagna”.
3. Stanno sbocciando le Unioni dei Comuni col loro carico di presidenti, giunte e compagnia governante. Sul Crinale abbiamo fatto da apripista, ma ora annoveriamo tra Scandiano, Rubiera, Castellarano e Casalgrande (paurosa per estensione, potenza demografica ed economica. Una mezza provincia e un’intera perplessità), la futura Unione della Val d’Enza, quella ventilata di Villa con Frassinoro... Se serviranno per risparmiare (in assoluto, però, perché i soldi pubblici hanno la stessa provenienza) e dare servizi più consoni alla comunità, ben vengano. In ogni caso, speriamo che una buona volta si metta mano alla pletora di Enti che ci sovrasta, eliminando quelli non produttivi e ridisegnandone le competenze. Interrompiamo questo valzer del troppo e dell’inutile.

 

 

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