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n. 220 Marzo/Aprile 2017

 

 

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Gli editoriali di Tuttomontagna

 

Non è un paese per giovani

Numero editoriale: 146

 

di Normanna Albertini



Ragazzi, fatevene una ragione: i vecchi al potere, in Italia, sono incollati alla poltrona. Arduo, per voi, che si avveri il motto “Yes, we can!” come per gli statunitensi con il presidente “bello, giovane e...”. Qui, in Parlamento, abbiamo tuttora chi ha fatto parte del primo governo di Alcide De Gasperi, capite che significa? Date un occhio alla politica, all’economia, alla Chiesa: giovane viene definito chi è al di sotto dei sessanta, ma, d’altro canto, è ormai impossibile trovare trentenni o quarantenni. Sembra quasi che il desiderio di dominio del capobranco verso i giovani maschi, come succede in natura, condizioni l’organizzazione sociale. Dicono che la vostra generazione, per la prima volta, avrà un futuro peggiore di quello della precedente. Non è improbabile, soprattutto qui, sui nostri monti, dove lo spopolamento ha portato con sé conseguenze per voi disastrose. Un futuro peggiore anche per le attese emotive ed etiche, in una società traboccante del superfluo, sfiorita, che costruisce discariche invece che cattedrali. Ma pure dal punto di vista numerico non siete messi bene. Così, mentre in altri tempi – o attualmente in altri luoghi – nei primi 30 anni di vita si dispiegava la propria ingegnosità, in Italia, oggi, si è ancora assistiti dai genitori, si fanno lavori precari, oppure si cerca il primo impiego. Lo dice l’Istituto nazionale di statistica (Istat) nei dati pubblicati nell’Annuario statistico italiano 2008. Un italiano su 5 ha più di 65 anni e i “grandi vecchi” (dagli 80 anni in su) aumentano e costituiscono il 5,3% della popolazione. L’Italia è la nazione più vecchia d’Europa. La vostra, ragazzi, è dunque una generazione numericamente striminzita, schiacciata dalla precedente, posteggiata in eterna attesa, senza certezza di lavoro, con poche speranze e prospettive. Eppure, qualcuno vi definisce “bamboccioni”. Ma è poi vero che siete peggiori dei vostri genitori? Oppure il problema è che vi stiamo consegnando un futuro desolato dove voi dovrete inventare “come” poter vivere in condizioni che mai avremmo immaginato? Senza arrivare al paradosso descritto da Adolfo Bioy Casares nel Diario della guerra del maiale, dove i giovani di Buenos Aires decidono che gli ultracinquantenni sono inutili e scatenano una guerra contro gli anziani, e senza, ovviamente, pensare che essere giovane significhi per forza essere migliore (non avremmo avuto, in questo caso, un Sandro Pertini Presidente della Repubblica o un papa Giovanni XXIII), forse è ora di lasciare la possibilità di lavorare e avanzare a chi ha i meriti. Ha detto recentemente Gianluca Violante, economista della New York University: “In Italia non arrivi in cima perché sei giovane, ambizioso e di talento, ma perché resti in attesa abbastanza a lungo e a un certo punto, finalmente, arriva il tuo turno”. Intanto, la differenza di età tra il presidente del Consiglio italiano e la media dei colleghi europei è di venti anni. Mentre ad alcuni di voi capiterà di dover lavorare con dirigenti che non sanno usare internet e non padroneggiano una lingua straniera. Lo dice il I° Rapporto LUISS “Generare classe dirigente – un percorso da costruire”: sistemi di reclutamento per cooptazione basati sull’appartenenza e la fedeltà (piuttosto che sul merito, la competenza e la capacità di visione); basso tasso di ricambio, invecchiamento (piuttosto che ringiovanimento e femminilizzazione); provincialismo e scarsa competizione (piuttosto che cosmopolitismo e senso di responsabilità). Insomma: se i giovani non si impegnano, e se, d’altra parte, non vengono riconosciute loro capacità e valori, si trova lavoro per conoscenza, facendo carriera per anzianità. Alla fine, si crea una leadership anziana, poco preparata, che opera per mantenere lo status quo. E forse i meritevoli restano fuori non perché giovani, ma perché potrebbero creare “pensieri” ai leader “anziani”.



 

 

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