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n. 220 Marzo/Aprile 2017

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Detto tra noi...

Gli editoriali di Tuttomontagna

 

E se non fosse un miraggio?

Numero editoriale: 147

 

di Giuseppe Delfini



Era solo il 6 ottobre scorso quando, con un comunicato stampa, l’Amministrazione provinciale  sintetizzava il proprio programma di lavoro, in riferimento alla Statale 63, da attuare in collaborazione coi parlamentari reggiani. In quel documento si parlava di svariati e bei progetti (variante di Ponterosso in primis), ma non c’era stranamente traccia di alcuna galleria in quel di Collagna. Di quest’argomento se ne parla da anni, magari non con continuità ma con una certa insistenza e autorevolezza, ed il non vederlo in tale calendario di lavori era suonato strano. E’ vero che per la viabilità, anche per quella di non sua stretta competenza, la Provincia da qualche anno non si risparmia, ma nell’epoca che diventerà famosa come quella dei progetti avveniristici di Calatrava pensavamo che un sogno grande seppur d’asfalto fosse consentito anche ai montanari. Invece, nulla. Il cosiddetto traforo del Cerreto sale prepotentemente alla ribalta nemmeno quattro mesi dopo, quando la Provincia di Reggio e quella di Massa firmano un preciso protocollo operativo per giungere alla realizzazione di due gallerie: una che va da Ponte Biola all’Oratorio della Gabellina, ed una di valico, da fare sbucare a Sassalbo. Cosa è successo nel frattempo? La frana sulla 63, che ferma il traffico, isola alcune comunità ed evidenzia svariate nostre fragilità. In una parola, un disastro, che ha aperto gli occhi su una quotidianità che parla di una montagna che frana sempre di più, che ha sempre più bisogno di una viabilità certa e, per quello che è possibile, spedita. Certo: non si vive di solo strade, e neppure solo grazie ad esse. Ci mancherebbe. A quelle però effettivamente necessarie, e fatte coi dovuti criteri, non dobbiamo rinunciare, siano esse statali che di fondovalle. Può darsi che le somme necessarie a costruirle siano ora solo miraggi, vista però la voglia di rilanciare le grandi infrastrutture dichiarata anche dal Governo centrale, cerchiamo di farci trovare pronti, come progetti ed intenti politici.  Solo il tempo svelerà il tasso di concretezza di certe dichiarazioni e di determinati protocolli firmati, ma la politica si fa pure coi ragionamenti portati avanti insieme, a volte parlando e a volte gridando. E allora, non tiriamoci indietro con scuse o paure. Così come non dobbiamo tirarci indietro nella proposta di una maggiore incentivazione alla cura del territorio. Le ferite aperte dall’abbandono della montagna da parte di agricoltori e compagnia rurale tutta si stanno evidenziando sempre più. Il flusso migratorio che ha portato ad incrementare la fuga dalla periferia a favore del grande centro, Castelnovo o Reggio che fosse, ora presenta il conto. Ma non è solo sui binari delle strade e della lotta alle frane che corre il nostro futuro. E’ ora di ripensare a tutto il sistema Appennino in modo globale. Le operazioni singole, anche se azzeccate, portano solo frutti limitati. E’ meglio inserire tutto in un quadro generale. Chi deve dipingerlo? Qui, magari, rimbalzano dolenti note, vista la patetica pletora di Enti che gestiscono o amministrano la montagna, e la mancanza di un’autorità politica unanimemente riconosciuta. Anche in questo caso, però, iniziando a parlarne... Tra  poco saremo chiamati alle urne per le amministrative (provinciali e di numerose nostre realtà). Cerchiamo di puntare su chi propone qualcosa di grande, una visione d’insieme completa e organica.

• Il grave fatto di cronaca accaduto al Casino, dove una famiglia ha vissuto momenti di terrore fra le mura di casa violate da una banda di malviventi, ammonisce tutti a non abbassare la guardia: alla favola dell’isola felice non credevamo prima, agli allarmismi non cediamo ora. La sicurezza è una priorità per tutti, quella in casa propria deve essere sacra. La conferma di disporre di Forze dell’Ordine all’altezza della situazione, come nel nostro caso, è la sola consolazione che emerge.

• Il caso Iris-Eiffelgres di Viano - dove 80 dipendenti dalla sera alla mattina hanno rischiato di perdere il posto - è stato un momento di alta partecipazione di tutte le componenti civili, sociali e anche religiose che hanno fatto fronte comune nel rivendicare un sacrosanto diritto al lavoro. Quello che è più di un sospetto è che il risultato finale- drastica perdita di posti di lavoro che va sotto il nome di “piano industriale” - fosse l’obiettivo iniziale della proprietà, il dazio da pagare alla crisi.

• In molte località si sta verificando un grave disservizio ad opera delle Poste. Vogliamo parlare di questo scandalo?

 

 

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