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n. 220 Marzo/Aprile 2017

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Gli editoriali di Tuttomontagna

 

L'atomo in giardino

Numero editoriale: 158

 

di Normanna Albertini



In Italia si torna a parlare di nucleare, ma se ne parla come se l’energia e la sua gestione fossero un faccenda solo interna, dimenticando che la prima grande globalizzazione ha riguardato proprio l’energia. Le fonti energetiche, petrolio per primo (oggi anche l’uranio), si trovano innanzitutto in Africa, Asia e America Latina; è là che bisogna andarle a prendere. È così che nacquero e prosperarono “le sette sorelle”, le supermajors del petrolio. Personaggi da fiaba? Tutt’altro. Quasi tutte le guerre di oggi hanno come sfondo le fonti energetiche ed era stato Enrico Mattei, morto per una bomba su un aereo il 27 ottobre 1962, a definire in quel modo le compagnie petrolifere. Allora egli avrebbe faticato ad immaginare che le “sette sorelle”, padrone dell’energia globale, cinquant’anni dopo sarebbero state messe in crisi dalle nuove “sorellastre”: la Saudi Aramco, la Gazprom, la China national petroleum corporation (Cnpc), la National iranian oil company (Nioc), la Petróleos de Venezuela S.A. (Pdvsa) e la Petronas malesiana, la Petrobras brasiliana. Nuove e potenti, proprietà dei loro governi, controllano oggi un terzo della produzione di gas, petrolio e delle riserve. E pensare che, secondo il pentito di mafia Tommaso Buscetta, era stata Cosa Nostra americana a muoversi per fermare la politica di Mattei che stava danneggiando “importanti interessi in Medio Oriente”. Storia complicata. Ma se Mattei aveva pestato i piedi alle “sette sorelle”, l’ingegner Felice Ippolito, padre delle centrali nucleari di Trino Vercellese, Garigliano e Latina, aveva fatto di più. Siamo intorno al 1963 e la sua idea di un’industria nucleare statale aveva molto allarmato i petrolieri italiani e i gestori dell’energia elettrica. Detto fatto: Ippolito fu oggetto di un’indagine parlamentare per presunta cattiva gestione del Cnen, fu arrestato, processato, condannato e, in seguito, graziato. Intanto, il nucleare in Italia era stata bloccato. I successivi referendum dell’’87, dunque, non lo fecero fuori: sotterrarono solo il morto. A dirla tutta, e basta verificare, quei referendum non chiedevano la chiusura degli impianti, né l’uscita dal nucleare. Oggi, in Italia, si potrebbero costruire centrali nucleari e ci sono sicuramente interessi esterni che premono. Ci sono le “sette sorelle”, ridotte a quattro, che si stanno infatti riciclando nelle “energie alternative”, tra cui il nucleare (la Total, per esempio). Dopo il G8 sull’energia, il ministro Scajola ha detto che il nucleare sarebbe “imprescindibile per avere energia rinnovabile e per salvaguardare l’ambiente“. Però. Sono 439 le centrali nucleari nel mondo e nessun Paese sa come gestire le scorie. Lo sviluppo dell’energia nucleare porterebbe all’indipendenza energetica. Ma l’Italia non ha uranio. Finiremmo per entrare in un’altra dipendenza. Di più: lo studio dell’Ocse “Prospettive dell’energia nucleare 2008” afferma: “Le risorse conosciute di uranio sono sufficienti ad alimentare un’espansione della capacità di produzione elettrica nucleare, senza ricorrere al riprocessamento, almeno fino al 2050”. E dopo? Noi abbiamo il sole, il calore nel sottosuolo, il vento. Nella penisola iberica stanno sorgendo venti nuove centrali per creare energia dal sole su progetto del premio Nobel Carlo Rubbia. Secondo uno studio dei fisici tedeschi Gerhard Knies e Franz Trieb, l’Europa potrebbe ottenere entro il 2050 la quasi totalità dell’energia da fonti “pulite”. In Germania si stanno muovendo in questa direzione. E noi? Certo: le energie rinnovabili, più che alternative, possono essere complementari, ma davvero la scelta nucleare è indispensabile e, soprattutto, sostenibile? E quale Regione sarà disposta ad attuarla? Renata Polverini: “Nel Lazio non abbiamo bisogno di centrali”. Roberto Formigoni: “Non ne abbiamo bisogno, siamo vicini all’autosufficienza”. Insomma: non nel mio giardino, non nel mio mandato.



 

 

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