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n. 220 Marzo/Aprile 2017

 

 

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Detto tra noi...

Gli editoriali di Tuttomontagna

 

Da Manarola a Memphis via Ciano

Numero editoriale: 163

 

di Giuseppe Delfini e Michele Campani



• La prima domanda a sgorgare di fronte alle velocissime parole di incondizionata solidarietà e stima di Fausto Giovanelli nei confronti dell’appena arrestato Franco Bonanini, presidente del Parco delle Cinque Terre, è questa: quella Magistratura così brava e precisa quando attacca Berlusconi & C., non lo è più se va a sfruculare negli oliati meccanismi delle macchine del centro-sinistra? Ad essere sinceri, però, questo è il minore dei pensieri. La politica, da sempre, ci ha abituati a ben altro doppiopesismo e a più sostanziosi cambiamenti d’opinione. La levata di scudi bipartisan (anche se con differenti sfumature e tonalità) pro Bonanini ha messo in luce quanto siano efficienti le strategie a difesa della casta. Guai a chi tocca uno dei suoi membri. Fatti salvi la presunzione d’innocenza e l’odiosità di certe spettacolarizzazioni della Giustizia, troviamo quanto meno stonate certe sviolinate di fronte ai capi d’imputazione sciorinati per l’occasione. Nell’intreccio ligure (ma non solo) di politici, imprenditori e professionisti, abbiamo letto di reati contro la pubblica amministrazione, truffa ai danni dello Stato, falso materiale, abusi edilizi, esposti anonimi, falso ideologico, corruzione, tentata concussione ed altro. Sarà anche vero che Bonanini per sé non ha intascato nemmeno un soldo, ma se qualche regola è stata violata, meriterà pure lui una punizione. Così come meriterà le scuse in caso contrario. O no? Il punto è che qui vale il “no”: non si deve toccare chi fa parte dell’élite. A prescindere. Ha raggiunto buoni risultati economici nell’Ente, altrettanto ragguardevoli successi d’immagine e turistici: questo deve bastare e avanzare per considerarlo immune da tutto. E’ o no un faraone? Una maggiore cautela non sarebbe guastata. Una irregolarità amministrativa non deve per forza essere un delitto, ma può essere comunque un reato: questo non vale per gli amici di Giovanelli? Se il confine tra illecito e penale perde spesso chiarezza, lo si deve anche al fumo sollevato da qualche azzeccagarbugli interessato. Vorremmo essere i primi ad augurarci della risoluzione di tutto nella classica bolla di sapone. Peccato che nel frattempo, da parte di qualcuno dei coinvolti, siano arrivate le prime ammissioni. Non è la prima volta che assistiamo a episodi di autodifesa d’ufficio della casta. Il problema è che non ci abitueremo mai.

• Quella che invece sta diventando un’abitudine e per niente carina è tirare sempre in ballo il nome di Giuliano Razzoli quando si parla di Febbio. Quella del rilancio della stazione invernale o del suo salvataggio finanziario è una questione che devono risolvere amministratori e operatori. Ci sembra che la ventata di idee ed efficienza che ha portato chi sta gestendo gli impianti del Cusna sia la risposta migliore, che diano la loro anche i politici facendola finita col gioco delle parti (l’opposizione ora fa leva su una situazione di deficit creatasi sotto il suo regno, mentre la stessa Comunità Montana non starebbe mantenendo gli impegni presi). Restando a Giuliano, il suo compito è sciare e possibilmente regalarci altre emozioni e gioie. Quello di Vancouver è stato un miracolo sportivo, ma la gente in pellegrinaggio va a Lourdes. La sua discesa coinvolge come una ballata rock di Elvis, ma Febbio non può essere Memphis.

• Comune di Canossa: nel recente referendum sul cambiamento della piazza del capoluogo i votanti sono stati solamente 75 su 3.275 aventi diritto al voto (tutti i residenti dai 16 anni in su). All’esame di “partecipazione”, così, non ottengono la sufficienza tutti quei cittadini che hanno rinunciato a “dire la loro” e a confrontarsi coi tecnici e gli amministratori resisi disponibili ad illustrare progetti e scelte d’indirizzo. Non la ottengono nemmeno quegli esponenti dell’opposizione che hanno mancato di fare sapere il loro pensiero su consultazione e possibili modifiche. Non la ottengono, per finire, neppure gli amministratori. Non solo perché quando si perde la colpa è comunque di chi comanda, ma anche perché a oltre un mese dal referendum non hanno ancora comunicato come intendono utilizzare il risultato del voto popolare, che ha visto a pari merito tre ipotesi per la medesima piazza. Verranno tempi migliori.

 

 

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