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n. 220 Marzo/Aprile 2017

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Gli editoriali di Tuttomontagna

 

Giacomo, un dolore che deve insegnare

Numero editoriale: 173

 

di don Giordano Goccini



Lo scorso 9 dicembre il Tribunale di Reggio Emilia ha condannato otto giovani castelnovesi per le violenze procurate a Giacomo Li Pizzi nell’estate 2006. Circa 40 giorni dopo quei fatti Giacomo salì sulla Pietra e pose fine tragicamente alla sua esistenza. Nonostante l’annuncio del ricorso da parte dei difensori, questa sentenza costituisce una parola autorevole sull’oscura tragedia che ha sparso tanta sofferenza.

All’indomani dell’estremo gesto cominciarono a circolare a Castelnovo tante versioni divergenti dell’accaduto, alimentate da dicerie e supposizioni che hanno inquietato gli animi e acuito le divisioni. Secondo alcuni si trattò soltanto di un scherzo di cattivo gusto, originato dal clima goliardico dei festeggiamenti per l’insperata vittoria mondiale. Secondo altri si trattò invece di un grave atto di violenza da parte di un gruppo di giovani che aveva fatto della prepotenza il proprio codice, sbandierandolo con fierezza nella convinzione di un’eterna impunità.

La sentenza dà ragione più ai secondi che ai primi, ma difficilmente riuscirà a colmare la distanza che in questi anni si è andata incrementando tra i due schieramenti. Alcuni ritengono che il verdetto, troppo tardivo e gravoso, non farà che aggiungere vittime e sofferenze alle tante già patite. Altri invece temono che le incertezze della giustizia avranno la meglio e, tra ricorsi e ritardi, tutti ne usciranno immacolati o quantomeno impuniti. Invece qualcosa di grave è successo in quegli anni a Castelnovo (non solo quella notte) e per comprenderlo dobbiamo cercare di rileggere la realtà con lucida consapevolezza.

Nel periodo precedente all’episodio diverse cose erano successe, apparentemente slegate le une dalle altre. Si ebbe notizia di vari episodi di vandalismo nella montagna e chi era un poco presente nel mondo giovanile aveva ben pochi dubbi su chi ne fossero gli autori. Dato che un piccolo caso riguardò anche le strutture della Pieve chiamai alcuni di quei ragazzi, all’indomani del compimento dei loro 18 anni, per metterli davanti alle loro responsabilità.. Mi assicurarono che tutto era finito, ma ebbi più di un motivo per ritenere che non fosse così.

Nella primavera del 2006 posi una questione al “Tavolo dei giovani” istituito dal Comune: ero venuto a conoscenza di alcuni fatti gravi di uso apertamente disinvolto di sostanze all’interno della scuola superiore e proposi di affrontare pubblicamente il tema. Con mia sorpresa, la proposta venne bocciata unanimemente dai partecipanti per non creare allarmismo.

Nel frattempo aveva aperto il “Gasoline”, e stava diventando il principale ritrovo dei giovani e giovanissimi. Ma non mancava nel locale anche una presenza di adulti, sia locali che forestieri, che utilizzavano sovente gli alloggi al piano superiore.  All’arrivo dell’estate la frequentazione del locale crebbe a dei livelli inverosimili: non era concepibile per un gruppo di adolescenti ritrovarsi se non lì. Il rispetto delle regole non era tra le prime preoccupazioni dei gestori (con ripetuti interventi del vicinato che non gradiva) e un certo spirito goliardico incline agli abusi la faceva da padrone. Chi era presente nella vita del Gasoline, chi animava le innumerevoli bravate che facevano da sfondo alle serate, si sentì in quel periodo protagonista indiscusso nel paese. E’ in quel clima di delirio di onnipotenza che si è consumata questa tragedia. L’esaltazione che ha annebbiato la mente di alcuni giovani portandoli a travalicare i confini del lecito ha molti responsabili. Sono mancati gli adulti che ponessero dei punti fermi, dei paletti invalicabili. Al loro posto sguardi compiacenti e divertiti, quasi invidiosi di non aver più l’età e le opportunità di partecipare alle allegre brigate.

Intendiamoci, chi ha fatto del male a Giacomo è responsabile delle sue azioni. Ma c’è una responsabilità collettiva a cui noi adulti non possiamo sottrarci: sta nella creazione di quel clima di leggerezza e impunità dove un branco di giovani, per esaltazione o per noia, ha potuto illudersi che il paese fosse in mano loro.

La vicenda di Giacomo appartiene purtroppo al passato, e non abbiamo modo di riparare al torrente di sofferenza che ha inondato la sua e tante altre famiglie. Ma la responsabilità di essere adulti e indicare ai giovani la strada, appartiene al presente e ci chiama in causa anche in questo Natale in cui vecchie ferite si riaprono. Facciamo in modo che il dolore diventi maestro di vita.   





 

 

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