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n. 220 Marzo/Aprile 2017

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Detto tra noi...

Gli editoriali di Tuttomontagna

 

Il grido di aiuto dell'Emilia ferita

Numero editoriale: 177

 

di Nazzarena Milani



In questi giorni ci ritroviamo bombardati da un quantitativo enorme di notizie e di immagini, di interviste e di previsioni. In realtà è sempre così, ma in questi giorni la dose è lievitata. Vicino a noi, molto vicino a noi, ci sono popolazioni alle prese con una enorme tragedia che allarga i suoi tentacoli, che minaccia il futuro, che subdolamente prosciuga la speranza. 'Popolazioni' è un termine generico, giornalistico... ma, per tantissimi abitanti dell'Appennino, esso si riempie di volti precisi. Sono quelli di parenti, amici, colleghi, di vicini di casa durante l'estate, di vecchie conoscenze... Questo terremoto che riguarda la pianura e che ci blandisce solo di striscio... Questo terremoto ci riguarda invece molto da vicino. Dei suoi effetti e dei suoi drammi sono piene le nostre conversazioni e nei rosari di maggio recitati nei numerosi piccoli oratori della montagna dappertutto si è subito aggiunta una sommessa preghiera.

Il “detto tra noi” di questo numero di Tuttomontagna era stato pensato come una riflessione sugli episodi di mancata solidarietà accaduti di recente in montagna.

Fino a poco tempo addietro eravamo certi di abitare in luoghi disagiati ma ricchi di solidarietà e caratterizzati da un tessuto sociale particolarmente coeso. Poi una donna cade e non riesce più a rialzarsi e nella via centrale di Castelnovo Monti nessuno si ferma per aiutarla. Poi, a poca distanza dal capoluogo della montagna, un uomo disabile invoca aiuto per la propria moglie e nessuno si ferma. Slada, la donna caduta lungo via Roma, ora sta meglio. L'altra signora non c'è più, è morta. Non sappiamo se il sollecito intervento di qualcuno l'avrebbe salvata, di sicuro avrebbe alleggerito la tragedia. Ci sembrano due campanelli d'allarme e, come la punta di un iceberg, fanno pensare che forse un serpeggiante individualismo sta soffocando quel tessuto buono di cui pensavamo fossero fatte le nostre relazioni.

Poi, nella seconda metà di maggio, succedono eventi tristissimi e non si può più stare a guardare: il cuore grande della condivisione e della solidarietà, che forse aveva perso qualche colpo, torna a pulsare. Spontaneamente si mettono in atto gesti, pubblici e privati, che dicono che anche qui, anche lontano da Brindisi o da San Felice sul Panaro, si sentono i contraccolpi di una nazione ferita dal crimine e dalla natura. Il cerchio silenzioso del 22 maggio dei ragazzi del Cattaneo davanti alla loro scuola (forse guardata per la prima volta con occhi diversi) per ricordare Melissa che ha pagato con la vita il gesto semplicissimo di andare a scuola... La mobilitazione di quegli stessi giorni a favore dei centri colpiti dal sisma: una mobilitazione che di ora in ora si allunga e si rafforza. Le amministrazioni comunali, le associazioni (a partire da quelle in prima fila quando scatta l'emergenza umanitaria: Soccorso Alpino, Protezione Civile, Croce Verde, Croce Rossa, Caritas...), i partiti, le parrocchie, i singoli...nessuno si tira indietro. Perché di fronte a catastrofi come questa (così come di fronte ad ogni dolore) c'è una sola cosa da fare: usare le proprie mani e la propria voce per consolare, per soccorrere, per condividere il peso enorme che ad alcuni tocca in sorte di recare sulle proprie spalle.

Nel vociare confuso dei tanti che usano la voce non per consolare ma per trovare un uditorio, si alzano anche le solite deprimenti considerazioni sulla fine del mondo. Ce lo ricorda, lontano geograficamente ma vicinissimo umanamente, un montanaro dal cuore enorme: Aristide Gazzotti. Dalla sua Bolivia, nell'ultima lettera riportata da Redacon, si sofferma sui concreti gesti di solidarietà compiuti a favore dei terremotati da persone semplici che non si preoccupano dell'allineamento dei pianeti ma dei propri simili che hanno bisogno. E conclude: Se il cuore e l’intelligenza rispondono, allora la fine del mondo è rinviata perché il presente chiama, la necessità unisce e il dolore ripropone a tutti un comune destino.





 

 

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